Ottobre 2009
Vanity Fair
Io uccido Bunny Munro
di Gabriele Romagnoli
Spegnete lo stereo o l'iPod, fermate la musica e leggete. Nick Cave non è qui per cantare ma per parlare del suo romanzo, La morte di Bunny Munro, (il suo secondo e il più vero) dopo un lungo silenzio letterario. Che razza dì libro ha scritto? Se avete uno shaker metteteci dentro l'inizio di Caos calmo di Veronesi, con una bella aggiunta di acido solforico, versate su La strada di Cormak McCarthy, ma accanto al bambino, invece del padre premuroso, fateci camminare quel satiro di Sabbath inventato a suo tempo da Philip Roth. E aspettate che muoia, l'unica cosa certa fin dall'inizio. Il resto è un viaggio senza speranza né salvezza, ma con risate e lacrime sul percorso. È un'enciclopedia che rivela i segreti del mondo e riserva come lezione finale che lezione non c'è: vuoi vivere? Alzati e cammina.
Gioia
Una ballata - dal cuore cupo ma dove a tratti si ride parecchio - che si consuma con piacere, pagina dopo pagina.
Pietro Cheli
La Stampa
Un piccolo capolavoro di letteratura alternativa. Anzi, di letteratura e basta.
Bruno Ruffilli
L’eco di Bergamo
Nella voce e tra le pagine scritte, tutta l’inventiva linguistica di Cave, la stessa che i molti fan hanno imparato ad apprezzare nelle canzoni.
Ugo Bacci
MarieClaire
Bad boy Bunny
di Michele Neri
Un musicista cult dà voce (cupa) alle scorribande erotico-disperate di un bastardo in cerca di riscatto.
Bunny Munro, venditore porta a porta di creme di bellezza, è un bastardo, un bad boy, un fetente ubriacone strafatto che si masturba al funerale di sua moglie suicida (anche per lui) e non si ferma un attimo per comperare il collirio per il figlio di nove anni, Bunny Junior, compagno di sventure che lo fissa disperato con gli occhi distrutti dalla blefarite. E Nick Cave (cos'altro può inventare per noi il nostro angelo scuro?) è perfetto, bravissimo. Si apre La morte di Bunny Munro e la si chiude solo alla fine delle scorribande erotico-degradate di questo strapazzato uomo con le cravatte piene di conigli e al costante inseguimento del proprio cazzo negli squallidi sobborghi di Brighton. Sembra di aver ritrovato il protagonista di Ginger Man di Donleavy in un fumettone alla Robert Crumb.
Dopo la morte della moglie, Bunny cerca di occuparsi della propria sopravvivenza, e un poco anche di quella del figlio, nell'unico modo che conosce: facendosi le clienti, le amiche delle clienti, le figlie delle clienti. È un campionario di donne, di corpi, di tentazioni frutto di un potente immaginario maschile senza freni, buon senso, ordine o paura. È l'epica della vagina con quella di Avril Lavigne e di Kylie Minogue in posizione di assoluta supremazia.
Dobbiamo amarci l'un l'altro o morire, fratello. Questa libera interpretazione di Auden è resa ancora più liberamenre trash da quella minchiadura di Bunny.
Quando il gorgo-delirio sta per inghiottire il protagonista entra in campo l'altra metà di Nick Cave. Quella che ha messo su famiglia, cresciuto figli, scritto ballate di rimorso, amore coniugale, pentimento e tenerezza. Sotto la pelle e la vita sempre più calpestata di Bunny si insinua e poi cresce il flusso potente del rapporto con il figlio e uno straripante bisogno di redenzione per tutti i torti commessi. Sale un intenso, solo virile, “buttati e nuota” rapporto padre-figlio, dal quale Bunny Junior riesce comunque a succhiare qualcosa - i dialoghi secchi e neri ricordano quelli de La strada di McCarthy - e in un finale pieno di fantasmi, vero al 57 per cento e verosimile per il resto, Bunny chiede un perdono sincero e adulto – “ho capito che non è facile essere delle brave persone a questo mondo” -, a tutte le donne umiliate, moglie inclusa. E poi finisce la sua vita inconclusa abbracciato a quei fantasmi ormai inteneriti da tanto poco uomo che seppe farsi, anche se solo per un istante, essere umano. Chiuso il libro, ancora inseguiti dalle visioni delle cravatte piene di conigli morti di Bunny, si metta su: Grief came riding.